• Il centrosinistra e la riforma del Senato

    Sulla riforma del Senato vedo attribuire a Renzi e alla Boschi le accuse più disparate, da quella di “autoritarismo illiberale” alla semplice “stupidità”. Premesso che è sacrosanto discutere di tutto, e a me piace farlo in qualsiasi occasione, mi pare che il progetto di riforma stia a pieno titolo nel solco di quanto il centrosinistra sostiene da vent’anni, ben prima di Renzi, e che oggi, con grave ritardo, ha finalmente la forza di realizzare.

    Qualche esempio, per capirci.

     

    Il primo, dal programma dell’Ulivo 1996 targato Romano Prodi:

    “Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza.

    Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole. […]

    I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali.”

     

    Tutti “piduisti” anche allora?

     

    Cinque anni dopo, elezioni 2001:

    “Intendiamo garantire la trasformazione del Senato in una Camera federale coerente con la legge sul federalismo e corrispondente alle tradizioni del nostro paese. A un parlamento riformato, autorevole nel suo ruolo di indirizzo e di controllo, numericamente ridotto nel numero (la Camera federale non deve superare i 100 componenti), deve corrispondere un governo con maggiore responsabilità e autonomia con al centro il Primo ministro, capace di svolgere un ruolo di coordinamento e di raccordo fra Stato centrale, Unione europea e sistema delle Regioni e delle autonomie.”

    Unione, 2006, ancora Romano Prodi:

    “Noi intendiamo realizzare un efficace bicameralismo differenziato, attraverso un Senato che sia luogo di effettiva rappresentanza delle autonomie territoriali, titolare di competenze legislative differenziate rispetto alla Camera dei Deputati. Crediamo che i senatori debbano essere effettivi rappresentanti degli interessi del proprio territorio. Il numero dei senatori sarà ridotto a 150.”

     

    In ultimo, il primo programma elettorale del Partito Democratico per le politiche 2008:

    “E’ inaccettabile ritenere gli elettori italiani, solo sul piano nazionale, dei minorenni incapaci di scelte chiare e dirette. Per questo, appare necessaria la scelta diretta di soli 470 deputati in collegi uninominali maggioritari a doppio turno. […] Il Senato rinnovato di 100 membri scelti dalle autonomie regionali e locali è la sede della collaborazione tra lo Stato e tali autonomie. L’opportuna revisione dell’elenco di materie del Titolo V con una clausola di supremazia, trasversale alle materie, per il livello federale, col consenso del Senato, consentirebbe di superare la conflittualità permanente.”

     

    In tutti i programmi, la legge elettorale proposta era maggioritaria, con un rafforzamento dei poteri del Premier quali la possibilità di nominare e revocare i Ministri o il legare la durata della legislatura alla sua figura. E, per inciso, non si accennava nemmeno alla revoca dell’immunità.

    Non mi pare ci si stracciasse le vesti, allora, di fronte a quelle proposte. Che infatti sono state ripetute per 20 anni. E non dico, oggi, che il “pacchetto” delle riforme non sia migliorabile, tutt’altro: potremmo fare collegi ancora più piccoli per l’Italicum, oppure introdurre le preferenze, la parità di genere, oppure ancora le primarie obbligatorie per legge. Tutte cose, peraltro, che stavano già scritte dal ’96.

    Ma è davvero stucchevole assistere al coro sdegnato di costituzionalisti e politici, perfino di quelli che quei programmi (e quel Senato) li hanno sottoscritti e sponsorizzati. Perché un conto sono i piccoli aggiustamenti, un conto è gridare costantemente all’“attacco alla Costituzione” o al “rischio per la democrazia”. Viene il sospetto che recitino una parte, spacciandola per critica “nel merito”. Una parte che più diventa volgare e sguaiata, più miete consensi tra quanti hanno sempre e comunque bisogno di un nemico, a prescindere dal merito.