• J-Mail n.10

    Ciao,
    di tutte le cose dette sulla riforma costituzionale ce n’è una che non viene sottolineata a sufficienza: fuori dal litigio perenne raccontato dai media c’è un referendum che ha risvegliato l’interesse per la politica. Mai prima d’ora mi era capitato di avvertire tanta passione per un appuntamento politico: ogni sera una sala piena, ogni sera tanti giovani ad ascoltare. Sguardi attenti e interessati, domande, dibattiti che durano fino a tardi per approfondire la posta in gioco. Mi sento fortunato: è stato bello prendere parte, vivere da protagonista questo tempo e questa sfida.

    Oltre alle tante occasioni di confronto a cui ho partecipato (qui il link ad un dibattito integrale tra me e l’assessore Claudia Terzi, dove trovate tutti gli argomenti pro e contro la riforma), avevo promesso una newsletter dedicata ai temi della riforma: provo allora a raccontarvi a cosa serve votare “Sì” domenica 4 dicembre.


    Primo. Questa riforma non è un’invenzione di Matteo Renzi, ma il punto di arrivo di un dibattito che in Italia dura almeno dal 1983 (qui il link). Già all’epoca dell’assemblea costituente, in realtà, Meuccio Ruini (che fu relatore nel ’47 della proposta di Costituzione) disse che sulla prima parte del testo – i principi fondamentali – si era raggiunto un “compromesso di alto livello”, mentre sulla seconda – in particolare sul funzionamento di Camera e Senato – c’erano “gravi imperfezioni e noi per primi ne riconosciamo i limiti”.

    Due Camere, a volte con maggioranze diverse, che votano entrambe la fiducia al Governo, la legge di bilancio e tutti i provvedimenti che il Parlamento discute, non hanno agevolato negli anni la stabilità di governo, la qualità e la velocità dell’iter legislativo o una maggiore rappresentanza delle regioni e dei comuni a Roma. La “commissione dei saggi” (di destra, centro e sinistra) che nel 2013 venne incaricata di redigere un documento di proposte sulle riforme costituzionali scriveva così:

    “La Commissione si è innanzitutto pronunciata, con un’opinione unanime, in favore del superamento del bicameralismo paritario. A tal fine sono state prospettate due ipotesi: il bicameralismo differenziato e il monocameralismo.
    È largamente prevalente l’ipotesi di introdurre una forma di bicameralismo differenziato per attribuire al Senato della Repubblica la rappresentanza degli enti territoriali, e alla Camera dei deputati il rapporto fiduciario e l’indirizzo politico.

    Questa scelta è frutto di due motivazioni:

    • la necessità di garantire al governo nazionale una maggioranza politica certa, maggiore rapidità nelle decisioni, e dunque stabilità;
    • l’esigenza di portare a compimento il processo di costruzione di un sistema autonomistico compiuto, con una Camera che sia espressione delle autonomie territoriali.

    E’ tutta colpa della Costituzione se abbiamo governi instabili o leggi pasticciate? No, ovviamente. La classe politica ha le sue responsabilità. Ma la qualità della classe politica e l’efficienza delle istituzioni sono due gambe dello stesso corpo. Perché un paese vada avanti, devono funzionare bene entrambe. E con questa riforma si cominciano a risolvere alcuni problemi.


    Secondo. Il rapporto tra lo Stato e le Regioni. Per quelle virtuose, con i conti in ordine, il saldo della riforma è largamente positivo. Non è un caso che in alcune regioni del Sud il No sembra prevalere con un ampio margine. Con la riforma ci sono competenze legislative che tornano allo Stato (distribuzione dell’energia, politiche turistiche nazionali, grandi infrastrutture sovraregionali), ma in Lombardiacontinueremo a gestire la sanità ed i servizi sociali, la formazione professionale, la mobilità ed il governo del territorio regionali, il diritto allo studio.

    Non solo: il nuovo Senato darà l’occasione alle Regioni di far sentire la propria voce a Roma, di legiferare su materie che prima erano loro precluse (riforme costituzionali; norme in attuazione delle direttive Europee su cui poggiano i programmi della commissione europea che le regioni gestiscono direttamente; leggi in materia di enti locali come unioni e fusioni di comuni); all’art. 116 si rafforza la possibilità per le regioni virtuose di negoziare con lo Stato ulteriori forme di autonomia, mentre all’art.120 si prevede il commissariamento per quelle che si dimostrano incapaci di svolgere i propri compiti senza generare dissesto economico. In più, l’art.119 inserisce per la prima volta il principio dei costi e fabbisogni standard dentro la Costituzione.
    Il quadro è quello di un federalismo differenziato dove chi “fa bene le cose” ne deve fare sempre di più, chi le fa male sempre di meno. Un principio di merito che condivido.

    Il limite più grosso? Non essere riusciti ad affrontare una riforma delle regioni, sia per quanto riguarda gli statuti speciali, sia soprattutto per l’accorpamento di quelle più piccole: non regge un sistema dove il Molise, 300.000 abitanti, e la Lombardia, 10 milioni, hanno gli stessi poteri.
    Il “Sì” è un primo passo, ma non bisogna fermarsi. Ci sono tante altre cose da cambiare.


    Terzo. Un altro passo avanti della riforma è quello sui cosiddetti “istituti di democrazia diretta”: referendum abrogativi, propositivi e leggi di iniziativa popolare. Parto dai primi: negli ultimi 24 casi su 29, i referendum per abrogare una legge non hanno raggiunto il quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto. Con la riforma, al raggiungimento di 800.000 firme, il quorum si abbassa al 50% + 1 degli elettori alle ultime politiche, stimolando l’informazione e la partecipazione dei cittadini, che saranno spinti a votare Sì o No invece che astenersi, dal momento che il raggiungimento del quorum è molto più probabile.
    Referendum propositivi: non c’erano e ci saranno se passa la riforma.
    Leggi di iniziativa popolare: delle ultime 260 presentate, pochissime sono state discusse dal Parlamento. Con la riforma si introduce l’obbligo di discussione, una questione di rispetto e chiarezza nei confronti delle persone che firmano. “Però si triplicano le firme necessarie, da 50.000 a 150.000!” Sì, consideriamo però che nel ’47 gli elettori erano 28 milioni, oggi sono 50, e allora non c’erano whatsapp, facebook o la televisione per far conoscere la propria proposta…


    Quarto. Il metodo ed il significato politico del voto. Questo percorso di riforma parte nel 2013 con l’assenso di PD, Scelta Civica, UDC, Popolo della Libertà, Lega (tanto che Calderoli ne è stato relatore di minoranza), ovvero partiti che proporzionalmente rappresentavano quasi il 70% del Parlamento. Tutti condividevano l’esigenza di una riforma: l’avevano scritto nei loro programmi elettorali, l’avevano dichiarato di nuovo all’inizio della legislatura.

    Quando si tratta di cambiare davvero, però, cominciano i problemi. Chi per questioni politiche che nulla hanno a che vedere con il merito del testo, chi per convenienza, opportunismo o mancanza di coraggio, succede che il fronte si restringe ed al PD, nel 2015, tocca una scelta: fermarsi, per l’ennesima volta, rimandando ad un futuro non ben precisato questa riforma, oppure andare avanti, assumersi fino in fondo la responsabilità di questo cambiamento, e rimettere la scelta in mano ai cittadini con il referendum.

    Se c’è un significato politico attorno alla riforma costituzionale, che va aldilà del merito del testo, non è tanto sul futuro di Renzi o di questo governo, ma sulla disponibilità di tutti noi a prendere coscienza che o le cose si cambiano una per volta, con fatica e con errori, oppure non si cambiano proprio.

    Questa riforma renderà le nostre istituzioni più solide, i nostri governi più stabili. Non farà bene soltanto al PD, ma a chiunque si troverà a governare il paese in futuro, perché darà più strumenti per provare a risolvere i problemi delle persone. Istituzioni fragili sono sempre più succubi di altri poteri, economici (finanza, grande impresa) o politici (Angela Merkel ha visto passare Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi: tutto questo ci ha resi più forti nei confronti della Germania, ad esempio?), e chi ci rimette sono le persone più deboli, quelle che hanno più bisogno di una politica che dia risposte all’altezza.

    Il 4 dicembre dobbiamo scegliere tra questa riforma e nessuna riforma. Tra il fare un passo avanti e il rimanere fermi. Io vi propongo di andare avanti.

    Un sorriso,

    Jacopo

    PS: per qualsiasi domanda, dubbio o curiosità sulla riforma, scrivetemi!
    Prima di fine anno arriva il bilancio 2017 in Consiglio regionale: ci risentiamo presto per gli auguri e per tutte le novità!