Voglio un'altra Lombardia

Lombardia

Ecco il mio intervento integrale di mercoledì 15 giugno allo Spazio Polaresco di Bergamo:

Ciao a tutti e a tutte, grazie per aver accolto questo invito, grazie per essere qui, per essere così tanti, per me è sempre motivo di grande soddisfazione e soprattutto di motivazione.

Siamo ancora caldi dalle elezioni amministrative, e pensavo ieri che ognuno di noi vive percorsi diversi: ci sono quelli che sono più fortunati, che portano subito al successo – uno si candida per la prima volta e vince, magari giovanissimo – ci sono altri percorsi che a volte sono più lunghi – uno si candida, perde, però rimane, ci riprova e poi ce la fa – oppure altri che si interrompono – si molla l’attività politica e si trova soddisfazione e carriera altrove. E quindi vi chiederei un applauso per chi si impegna. Per tutti quelli che si impegnano. Perché con il loro e il vostro impegno si rinnova una partecipazione democratica che oggi è così in difficoltà.

Parentesi. Ma come mai è così in difficoltà? Come mai così tanta gente sceglie di non votare? Negli ultimi anni abbiamo assistito ad ondate di consenso che hanno portato su e giù i leader e i partiti politici – e ci siamo assuefatti all’idea che una percentuale di elettori “volatili”, disposti a votare l’altro ieri PD, ieri Lega o M5S, domani la Meloni sia quella che si riesce ad avvicinare non con il lavoro sul territorio ma con le uscite mediatiche dei leader nazionali. Ed è vero. Solo che una politica del momento, istantanea, tweet su tweet senza niente sotto, finisce per non attirare un’altra larga fetta di persone. Che non sanno più perché dovrebbero andare a votare. Nessuno gli spiega nulla, come e perché votare, per cosa ci battiamo, come e perché dedicarsi alla politica. Una politica che è sempre meno presente – si fugge dalla politica a scuola, in oratorio, sul posto di lavoro. Ci tornerò dopo.

Dicevamo prima dei percorsi. Io ho avuto la possibilità di diventare consigliere regionale molto giovane e durante questi anni in Lombardia sono cambiate tante cose.

Quella più rilevante, ed è la prima cosa che voglio dirvi stasera, è che la Lombardia non è più un’eccellenza. E non lo è più né nelle cose concrete, né nella narrazione esterna.
Piaccia o no a noi che non condividevamo la sua politica, ma Regione Lombardia era sinonimo di buona amministrazione. Invece sono anni che la Regione non guida più, non esprime una leadership nazionale, non inventa niente di nuovo. E quell’orgoglio, quel sentire comune da “siamo i migliori” che ancora era rimasto, Fontana lo ha devastato. Tu troverai ancora il leghista che ti dice “allora vai a vivere in Calabria”, ma la realtà è che sono sempre di più le persone che si rendono conto che la macchina si è inceppata, che Regione Lombardia non funziona più.

Ma dove non funziona più? Entriamo nel merito.

Il tema di cui mi sono occupato di più e che è stato al centro delle nostre preoccupazioni negli ultimi due anni è quello della sanità. Da un lato, per la mancanza di medici di base, per la mancanza di infermieri in particolare nelle Rsa, per la perdita di servizi in particolare nelle zone più periferiche. E poi per il ricatto quotidiano a cui si è sottoposti quando si ha bisogno di una visita, di un esame o, sempre più spesso, di un intervento: o paghi, o aspetti.

Ci sono tante scelte sbagliate che ci hanno portato qui, anche a livello di programmazione nazionale – penso alla quantità scarsa di borse di specializzazione per fare entrare in professione nuovi medici a cui si pone rimedio solo ora che il problema è diventato un’emergenza – ma come mai in Lombardia le cose si sono aggravate molto più che nelle regioni vicine? Come mai gli ambiti carenti non hanno eguali? Come mai le liste d’attesa sono più lunghe? Come mai negli indici di siamo passati dall’essere il miglior sistema sanitario italiano ad essere stabilmente dietro a Veneto ed Emilia Romagna, su alcuni indicatori dietro anche a Piemonte e Toscana?

Una risposta a queste domande è nel decadimento della qualità dei vertici, politici e tecnici; anche prima le nomine seguivano criteri di fedeltà politica, solo che sono diventate sempre più scarse.
Ma la risposta principale è che in Lombardia si è alimentato un sistema in cui si è lasciato che l’interesse particolare delle singole strutture – abbiamo alcuni dei gruppi privati più grandi d’Europa – prevalesse sull’interesse diffuso delle persone, su una programmazione dei servizi che fosse centrata innanzitutto sui bisogni delle persone e non sulle esigenze organizzative e di profitto.
Per questo abbiamo una sovrabbondanza di servizi in alcune zone – i centri – e per alcune prestazioni – quelle più remunerative. Perché rendono di più. E così, di contro, abbiamo una carenza di servizi nelle aree in cui ci sono meno persone – e quindi meno mercato – e sulle prestazioni che rendono di meno. Durante il dibattito sulla riforma sanitaria una mia collega mi ha detto “il fine ultimo del sistema sanitario è garantire la libertà di scelta tra pubblico e privato”. No, quello semmai è uno strumento, che se ben governato è una risorsa. Ma il fine ultimo è la salute delle persone. La salute delle persone è la ragione prima e il fine ultimo del servizio sanitario. E questa è una questione ed una distinzione tutta politica.

Un altro esempio, che riguarda invece il governo del territorio: la pianura bergamasca – e non solo quella – si sta riempiendo di logistiche in maniera disordinata, ma che si tratti di quelle, dei centri commerciali o delle villette, il problema degli ultimi vent’anni è sempre stato lo stesso: e cioè il fatto che chi dovrebbe tutelare l’interesse pubblico, diffuso – ovvero i comuni – è stato messo nelle condizioni di sopravvivere a patto di riuscire a far edificare sul proprio territorio, ottenere oneri di urbanizzazione, e poi realizzare qualche opera pubblica.

Ma se io sono una multinazionale privata che fattura 469 miliardi di dollari e mi trovo a negoziare con un comune di 5000 abitanti e due dipendenti dell’ufficio tecnico, con la possibilità – se questo mi dice di no – di andare nel comune a fianco, chi avrà il coltello dalla parte del manico? Riguardo alle ricadute ambientali delle nuove edificazioni, ai flussi di traffico, alla qualità dei posti di lavoro, alle compensazioni economiche… E’ tutto estremamente sbilanciato.

E sgombriamo subito il tavolo da un equivoco possibile: noi abbiamo bisogno che la Lombardia sia sempre più attrattiva per gli operatori privati. Abbiamo bisogno di coltivare imprenditorialità, di avere giovani che diano il cambio ai tanti che vanno in pensione e lasciano la propria impresa e non trovano chi la prenda in mano. Lo voglio dire ancora più chiaro – l’ambizione di arricchirsi, anche economicamente, è un tratto distintivo e una risorsa inestimabile del nostro territorio. Solo che quell’ambizione personale, quelle qualità individuali che ci portano ad aver creato delle cose incredibili – io quando entro nelle fabbriche e vedo le cose che facciamo in Lombardia, mi emoziono per davvero – oggi più che mai devono essere incanalate dentro un progetto di sviluppo, dentro una responsabilità sociale, ambientale e territoriale. L’epoca dell’anarchia per cui ognuno fa quello che vuole non regge più i tempi, non regge la competizione globale.

E vengo al terzo punto. I giovani. La Lombardia non funziona più perché non offre sufficienti opportunità ai suoi giovani. Da qui al 2025 c’è da sostituire quasi 1 milione di lavoratori e già oggi 4 aziende su 10 non trovano i profili richiesti, ma contemporaneamente il 20% dei giovani non studia e non lavora. Le borse di studio arrivano al 9% degli studenti – in Francia sono al 40% – mentre i trasporti scolastici sono una super tassa che pesa centinaia di euro l’anno sulle famiglie.

Di fronte a tutto questo e molto altro, vedi la natalità che crolla (1,24 figli per donna, senza gli stranieri saremmo a uno) e l’aumento di giovani donne che lasciano il lavoro – la risposta della Regione è stata una legge per i giovani che istituisce un Forum, un Premio e un Osservatorio sulla condizione giovanile. Un premio, un forum e un Osservatorio. Se una fetta così ampia di giovani prende meno di 1000 euro al mese, e quindi non esce di casa prima dei 30 anni (80% non lo fa), non riesce a concretizzare i propri progetti di vita, lavorativi e familiari, il meccanismo si blocca per tutti. Non c’è ricambio, non c’è sostenibilità per tutti. E non è un problema solo dei giovani.

Noi abbiamo cercato di proporre una vera legge per i giovani: che deve occuparsi di orientamento scolastico – con un progetto individualizzato che parta dalle secondarie di primo grado e che riguardi non solo la conoscenza dell’offerta formativa di un territorio, ma la conoscenza di sé, delle proprie ambizioni, delle proprie capacità, guidando i ragazzi e le ragazze nella prima vera scelta che devono compiere e che influenzerà la loro carriera e la loro vita; deve occuparsi di aumentare le borse di studio – in questi anni, anche grazie alla nostra spinta, siamo passati da 500mila euro l’anno a 13 milioni di contributo regionale, ma ancora non basta se la percentuale è quella che dicevo prima, 9% contro il 40% dei beneficiari in Francia; e poi potenziare i servizi psicoterapeutici, prevedere un taglio dei costi per il trasporto scolastico – in particolare per chi arriva da più lontano – e un fondo per ridurre il costo degli affitti agli under 30 che vogliono uscire di casa. Sono solo alcune delle cose che non sono state fatte e che raccontano un’attenzione diversa ai giovani in Lombardia.

Ora, potrei parlarvi di tante cose che mi stanno a cuore e di cui mi occupo quotidianamente. Di montagna, di quanto questi ultimi dieci anni siano stati devastanti in termini di perdita di popolazione e di imprese; di famiglie, sto per presentare un progetto di legge di cui sono molto orgoglioso di modifica della legge 23/99 sulle politiche familiari di regione Lombardia, sui servizi educativi e di conciliazione, sulle opportunità in particolare per le donne, per esaltare il loro talento, per dargli quello spazio che è troppo spesso soffocato da un mondo del lavoro e della politica costruito su misura per gli uomini; potrei parlarvi di mobilità, in particolare riguardo alla situazione del trasporto ferroviario; di idrogeno, di fotovoltaico, di come vengono spesi i soldi del PNRR o del Piano Lombardia… Parentesi: a voi sembra normale che abbiamo utilizzato 4 miliardi di euro – non si sono mai visti così tanti soldi tutti insieme, chi arriverà tra quarant’anni ci dirà ma come li avete spesi tutti quei soldi? – per realizzare migliaia di piccole o piccolissime opere alla scala comunale, che sono sicuramente utili – dal marciapiede alla facciata del comune – ma hanno una ricaduta in termini di sviluppo territoriale minima se non inesistente. Si spendono soldi senza senza un pensiero, senza un progetto. Anche sulle scuole: riqualifichiamo decine di scuole senza chiederci chi le riempirà da qui a cinque anni. E’ un tema spinoso, ma non ha senso.

Va beh. Potrei continuare con le opportunità che abbiamo sperimentato in questi due anni, come il telelavoro e l’esigenza sempre più diffusa di rendere il lavoro a misura di persona, di conciliarlo con i propri tempi familiari, di diminuire lo stress, gli spostamenti, il tempo perso nel traffico. Abbiamo visto che è possibile, e anche qui abbiamo tante cose da dire che vorrei però approfondire dopo sulla base delle vostre sollecitazioni. Sul mio sito – www.jacoposcandella.it – trovate 10 punti, 10 cose che ho imparato in questi anni e che vorrei offrire alla discussione e alla costruzione del progetto in vista delle prossime elezioni.

Vorrei appunto chiudere questo intervento dandovi però il quadro di quello che abbiamo davanti. Perché nonostante tutto quello che vi ho detto prima, il centrodestra in Lombardia vuole ricandidare Attilio Fontana. Perché è il nome più comodo, perché è debolissimo e quindi più facilmente governabile, perché mette d’accordo tutti senza alimentare una guerra per la successione tra la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

E noi? Nonostante tutto questo, noi non abbiamo ancora un candidato o una candidata in campo. E finché non c’è quello non c’è partita, campagna, presenza sui temi, alternativa. Mi hanno mandato questa citazione che credo interpreti bene il momento: “Persino il timone implora una direzione”.

Dai… Io sono tra quanti spinge da oltre un anno perché alla Lombardia venga dedicata l’attenzione che merita, quella di un territorio di oltre 10 milioni di persone, che è estremamente diverso al suo interno, che va conosciuto, esplorato, convinto dell’esigenza urgente di cambiare.
Il consenso politico ai partiti di centrosinistra da solo non è sufficiente, ma la fatica dell’unità, di una coalizione larga che tenga dentro sensibilità diverse, dalla sinistra al Movimento 5 Stelle fino a Azione o +Europa, è la precondizione per potersela giocare. Per cui basta con le uscite disordinate e autoreferenziali dei leader che vedono la Lombardia come un appendice del proprio posizionamento nazionale, la Lombardia è un’altra cosa! E questo è tutto quanto ho da dire sulla coalizione.

Che non basta, però. Perché nessuno dei partiti che ne faranno parte oggi “spacca”. Non Calenda, non Conte, nemmeno il PD con Letta. Io voto PD non solo perché sono un consigliere regionale del PD, ma perché sono convinto che sia un contenitore di persone valide, le migliori che ho conosciuto in ambito politico, e che sia un luogo nel quale poter fare politica con piacere, con soddisfazione, con risultati per le persone.

Però a volte faccio fatica anche io a capire quali sono le cose per cui ci battiamo. Quali sono le cose su cui cerchiamo di convincere la gente. Se abbiamo una sincera ambizione di cambiare le cose o se siamo rintanati in una “responsabilità istituzionale” che per carità, per fortuna che c’è, ma difficilmente scalderà i cuori delle persone e finisce per diventare semplicemente autoconservazione di chi un ruolo nelle istituzioni ce l’ha già. Un partito che a Roma si tiene i soldi, che a Roma decide le candidature e i temi di cui occuparsi. A noi qui serve qualcos’altro e serve qualcuno che lo dica.

Solo che per tanti nel nostro campo, nel PD, la Regione è un passaggio, al massimo un trampolino di lancio per andare a fare altro – tanto qui non si può combinare granché. Per me invece è una montagna da scalare, è la sfida più bella che esista perché ti consente di scrivere la storia, di andare dove nessuno è mai andato prima.

In questi minuti ho provato a raccontarvi alcune delle cose di cui mi occupo, alcuni dei progetti che riguardano la Lombardia. E di tutti gli scenari possibili, di ogni futuro possibile, per noi, per il nostro partito, per la nostra regione, quello in cui riusciamo a realizzarli mi sembra il migliore.
E quindi vorrei lasciarvi tre spunti, in chiusura, su ciò che mi aspetto e a cui vorrei contribuire nei prossimi mesi.

Abbandonare ogni tentazione elitaria. Quando sento quelle cose per cui ci vorrebbe un esame per votare, perché le persone non capiscono, si fanno influenzare dalle fake news, penso che si stia cercando una scorciatoia e si finisce però in un vicolo cieco. Ma anche qui, secondo voi, negli anni ’60, con il 10% di analfabetismo, con 10 diplomati su 100, con 6 laureati su 100, era più facile o meno facile credere alle fake news o ai condizionamenti? Le persone non vanno mai guardate con sufficienza, i problemi di ogni singola persona non possono essere guardati con sufficienza. E la politica, se vuole recuperare una presa, deve ricominciare a rappresentare quei problemi.

E vengo al secondo punto. Tornare a fare politica. Tornare a far capire alle persone che tu sei lì per loro, che ti stai occupando dei loro problemi. E prendere parte. Non un’indistinta responsabilità, non un’indistinta politica, per quanto diciamo essere “bella”. Non dico di dire a priori chi vuoi rappresentare – è un dibattito che nel PD abbiamo fin dalla fondazione – ma per cosa ti batti sì. E farlo per davvero, in profondità, parlandone ogni giorno, non pensando che sia sufficiente un post con 300 like per esaurire il tema, per arrivare davvero a tutti. Le persone non si occupano di politica con la stessa intensità con cui lo fa chi ha passione per la politica attiva. Noi dobbiamo farlo sui temi specifici e con una cornice ideale che non può che essere quella dell’universalità. Della giustizia sociale e ambientale. Si torna sempre lì: Vittorio Foa, “pensare agli altri oltre che a sé stessi, al futuro oltre che al presente.” Per una società più giusta.

Abbandonare il complesso della sconfitta. Abbandonare l’idea che qui le nostre idee siano minoritarie e non possano intaccare un consenso storico e radicato verso il centrodestra. Quel consenso sta cambiando pelle ancora, con la Lega in caduta e Fratelli d’Italia in crescita. Ma c’è una larga fetta di persone che ha fame di un’alternativa e tocca a noi dargliela. Ma secondo voi a Lodi hanno candidato un ragazzo di 25 anni perché pensavano di vincere con il 59%? No. Però quando si parte, ci si crede, si è convinti di farcela, si fanno le cose bene, a volte succede persino che si vince. E noi possiamo fare lo stesso in Lombardia.
Ed è a questo che vorrei lavorassimo insieme. Grazie.

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